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Bein e il Mondo dei Colori • Capitolo 1 / 16

PROLOGO

Eleanor Lian • 2,406 parole • 12 min di lettura
✦ Sintesi Editoriale del Capitolo (Senza Spoiler)

In the prologue of *Bein and the World of Colors*, ten-year-old Bein experiences a traumatic earthquake that devastates his city, Nòllag. Sheltering under a table, he anxiously waits for his parents and siblings to return—only to find them gone forever when he emerges. Heartbroken, he flees the ruins, seeking a fresh start deep in the forest.

Rumore. Tanto, troppo.

Il frastuono della terra che si spaccava, dei muri che crollavano, le urla di spavento, dolore e disperazione, riempivano l’aria.

A Nòllag, nel regno di Geal, la terra sembrava non voler più smettere di sussultare e spezzarsi, ancora e ancora: un rovinoso terremoto stava distruggendo tutto!

Riparato sotto il tavolo, con le mani a coprirgli il naso e la bocca, Bein, dieci anni, non riusciva a vedere nulla, se non polvere a non finire e calcinacci che continuavano a cadere senza sosta.

Era molta la paura.

L’istinto gli suggeriva di scappare al più presto da lì, ma non poteva farlo. Aveva promesso.

Non si sarebbe mosso finché tutto non fosse finito e i suoi genitori non fossero tornati da lui con il fratellino Geir e la sorellina Eadry.

In loro attesa, contava i secondi, che sembravano non passare mai, chiedendosi, con il cuore in gola, dove fossero e quando tutto avrebbe smesso di tremare.

Dopo un tempo che gli parve infinito, giunsero il silenzio e la quiete.

Bein attese ancora qualche attimo e, non sentendo più arrivare alcuna scossa traditrice, si trascinò fuori dal suo nascondiglio.

Si guardò intorno, incredulo, gli occhi spalancati dallo sgomento: della sua casa erano rimasti solo calcinacci, macerie e polvere.

«Mamma! Papà!» urlò in preda al panico. «Geir! Eadry!!!» continuò.

Nessuna risposta.

Sentendo il cuore battere come impazzito, si mise a spostare tutto quello che riusciva, continuando a chiamare senza sosta i fratelli e i genitori.

Nulla.


Dopo tanto rumore, il silenzio sembrava ancora più assordante, ma lui non si arrese e continuò. Ogni secondo che passava, il panico si impadroniva di lui.

Il suo cercare divenne sempre più disperato e incalzante.

Non gli importava dei graffi che gli si disegnavano addosso e neppure di non avere più una casa; voleva solo rivedere i volti dei suoi genitori, essere avvolto dal loro rassicurante abbraccio, sentirli dire che andava tutto bene, ascoltare di nuovo le risate allegre dei suoi fratelli.

«Dove siete? Uscite fuori!!!»

E infine li vide.

Sotto un cumulo di tegole e cemento.

La sua mamma e il suo papà abbracciavano i corpi dei fratellini nel tentativo disperato di proteggerli, ma era stato vano: nessuno di loro ce l’aveva fatta. Il tetto gli era crollato sopra, uccidendoli tutti.

La gioia di averli trovati si mutò all’istante in dolore e, per lui, fu come entrare in una bolla.

Solo poche ore prima, la mamma preparava il pranzo e il profumo delle pietanze inondava la casa; lui organizzava i compiti da portare a scuola il giorno dopo; Geir ed Eadry giocavano insieme, allegri, e il loro papà guardava la televisione… Possibile che tutto questo… tutto… questo… fosse finito?

Incredulo e scioccato davanti a una simile consapevolezza, si sentì perso e iniziò a tremare forte e a singhiozzare.

Tolse loro di dosso tutto quello che poteva per liberarli, poi si gettò su di loro, abbracciandoli forte, accarezzandoli e cercando, per quanto poteva, di asciugare il sangue lattescente che li sporcava. Ma non gli fu concesso di farlo a lungo.

Forte e secca, un’altra scossa lo riportò in sé.

Di nuovo rumore.

Altre urla lontane, soffocate da un nuovo crollo.

Poi, di nuovo, silenzio.

Sapeva di non poter rimanere lì.

Doveva scappare, e doveva farlo subito.

Diede un ultimo, disperato abbraccio alla sua famiglia, si asciugò le lacrime e, lacerato dal dolore, scappò dalle macerie della sua casa distrutta.

Attento a non cadere nelle voragini formatesi nel terreno, corse a perdifiato verso il bosco, lasciandosi alle spalle solo corpi devastati e senza vita, e un odore penetrante e metallico di sangue, che non avrebbe dimenticato mai più.

Nessuno, a parte lui, sembrava essere sopravvissuto.

1. I CHITARRISTI DI QUIOTÀR

Giunto al limitare del bosco, Bein diede un ultimo sguardo alla sua città.

Era completamente distrutta, popolata solo da macerie e dai corpi esanimi di uomini, donne e bambini che, fino a poco prima, erano stati pieni di vita e di sogni.

Non riuscendo a sopportare quella vista, si volse verso gli alti alberi bianchi che gli si paravano davanti e si soffermò a osservarli.

Quel luogo antico e candido appariva maestoso come sempre, ma anche lì il terremoto aveva lasciato segni evidenti: numerosi alberi erano crollati bloccando l’entrata dei sentieri più vicini; gli animali erano scappati e, in molti punti del terreno, si erano aperte le stesse enormi spaccature che si erano create a Nòllag.

Anche l’albero preferito di Bein era crollato al suolo, trasformandosi in un ponte naturale verso la parte di bosco che il bambino voleva raggiungere.

Gli si avvicinò e accarezzò la corteccia.

«Mi spiace tanto che tu sia caduto. Grazie di tutti i bei tempi passati insieme, amico mio.»

Il bambino si attaccò a una radice, si issò sul maestoso tronco e lo attraversò.

Quando fu al centro, guardò ancora una volta verso la sua città.

«Addio. Non vi dimenticherò mai, ve lo prometto.»

Con le lacrime che gli annebbiavano la vista, si voltò di nuovo verso l’interno del bosco e prese un bel respiro. Dopo aver assaporato il profumo intenso degli alberi bianchi, saltò giù dal tronco e si mise a correre per scappare dal dolore e cercare la sua nuova strada.

Corse tutto il giorno, quello successivo e quello dopo ancora.

Attraversò vallate, foreste e torrenti, fermandosi solo di tanto in tanto per riposare e mangiare qualche frutto.

Dopo un’intera settimana, la vegetazione da bianca iniziò a tingersi di un altro colore. Doveva essere il giallo, segno che era giunto nei pressi del Regno di Qiotàr!


Felice e pieno di speranza, ma stremato dalla stanchezza, crollò addormentato ai piedi di un albero secolare.

Non passò molto prima che un gruppo di ragazzini, poco più grandi di lui, lo notasse.

Erano quattro, e tutti avevano a tracolla una chitarra.

Uno di loro, Fìonn, più alto degli altri, con un’andatura quasi militaresca, dava tutta l’impressione di essere il loro capo. Fu lui il primo ad accorgersi di Bein.

Con un’espressione che non prometteva nulla di buono, gli si avvicinò, stagliandosi come un imponente fusto davanti a lui.

«Ehi, guardate!»

Gli altri, incuriositi, lo raggiunsero.

«Che c’è?» chiese subito Wacky, il più spavaldo dopo il capo.

«… un bianco. Nel nostro territorio…»

Dopo averlo detto con un disprezzo esagerato nella voce, sputò a terra.

Fearfy, il più ansioso, iniziò ad agitarsi.

«Un bianco… un non colore! E com’è sporco! Guardate, in alcuni punti il bianco non è bianchissimo! Se fosse malato? Peggio, se fosse… contagioso! Stai attento, spostati da lì, potrebbe essere pericoloso!»

Maith scoppiò a ridere.

«Come no, contagiosissimo. Finiscila Fearfy! Guardalo, sta dormendo come un sasso, è solo un bambino.»

Fìonn annuì, guardando Bein con disappunto.

«Che viene da un altro Regno. Non c’è posto qui per lui. Avete sentito l’altro giorno il nostro Re, no? Per la sicurezza di tutti, nessun regno deve avere contatti con gli altri, se non per motivi legati al commercio. E questo pezzente qui non ci porterà di sicuro dei soldi! Se ne deve andare! Dai, Maith, sveglialo» ordinò.

Maith guardò Fìonn come avrebbe potuto fare con un lombrico molto brutto.

«Ma che pericolo vuoi che crei un bambino? Non possiamo semplicemente lasciarlo stare e andarcene?» gli chiese.

«Certo! Così dopo di lui ne arriveranno altri, e poi altri ancora, e il nostro non sarà più il Regno dei Gialli ma dei Bianco-Gialli! Fin quando non ci troveremo persino a dovercene andare da casa nostra per lasciarla a loro! E così noi dove andremo, nel regno dei Bianchi?!» lo aggredì Fìonn.

«Fìonn ha ragione, se non lo svegli tu, lo sveglio io!» stabilì Wacky.

Abbassandosi su Bein lo scosse ruvidamente mentre Fearfy, indietreggiando, nascondeva la testa sotto il braccio e bisbigliava il suo inascoltato: «Attento…»

«Oh, sveglia, forza!» disse aggressivo Wacky.

Bein si destò.

Non appena vide il gruppetto di ragazzini davanti a lui, lo sguardo gli si illuminò di gioia. Era salvo!

Si mise seduto con gli occhi sgranati dallo stupore e li fissò. Li trovava incredibili! Pelle color giallo limone, occhi simili all’oro, visi e corpi tondeggianti, capelli sparati in aria dalle tonalità più disparate del giallo. Portavano a tracolla un oggetto strano, giallo come loro!

Non vedeva l’ora di fare amicizia!

«Ciao!» disse infervorato, esibendosi in un gran sorriso.

«Chi sei? Da dove vieni?» gli domandò Fìonn, duro.

Pur provando un po’ di timore, Bein cercò di rimanere sorridente. Si fece coraggio e, deglutendo, rispose.

«Mi chiamo Bein e vengo da Nòllag, una città del Regno di Geal.»

I quattro si guardarono; nessuno di loro ci era mai stato e tantomeno aveva mai saputo come arrivarci.

«Il Regno di Geal… dev’essere molto lontano da qui» osservò Fìonn. «Bein di Nòllag, per quale motivo sei venuto qui da noi, nel Regno di Qiotàr?»

Bein abbassò lo sguardo.

«Sono scappato…» sussurrò.

«Hai perso la voce? Non abbiamo sentito, ripeti!» gli ordinò.

Il bambino alzò su di lui gli occhi, ora lucidi e fissi.

«Sono scappato» rispose adesso con un tono di voce fermo.

«Scappato…» disse con evidente sdegno. «Sentito ragazzi? Abbiamo un vigliacco qui, uno che scappa e vuole nascondersi proprio da noi! Vattene, non ci piacciono i codardi!»

Illustrazione 2 CAP 1°: i 4 ragazzini di Qiotar: Pelle color giallo limone, occhi simili all’oro, visi e corpi tondeggianti, capelli sparati in aria dalle tonalità più disparate del giallo. Portavano a tracolla un oggetto strano, giallo come loro! (VEDI DISEGNO)

«Io non sono un codardo!» urlò il piccolo, nel tentativo di sovrastare le risate degli altri, mentre le lacrime gli salivano agli occhi. «Sono scappato dal terremoto dopo che sono morti tutti! Mamma, papà, i miei fratellini e anche i miei amici! Tutti ho perso, non sono un codardo!!!»

Bein crollò in un pianto disperato.

Le sue parole furono accolte da un silenzio improvviso. Nessuno si sarebbe mai aspettato niente del genere, ma Fìonn non era comunque disposto a trasgredire gli ordini del Re portando uno straniero nel suo villaggio.

Passò così sopra alle lacrime, fece finta di non vederle e andò avanti imperterrito, anche se adesso con molta meno baldanza.

«Quindi? Cosa vuoi da noi? Non c’è posto per te qui. Te lo ripeto: vattene» lo apostrofò.

«Ma Fìonn…» si intromise Maith. «È solo, avrà fame. Portiamolo con noi a Mharbì, non possiamo abbandonarlo qui come se niente fosse.»

«Sei impazzito? Portarlo nel nostro villaggio è andare contro alle regole! Ma come ragioni?!» si ribellò l’altro, afferrandolo per il colletto.

Maith, arrabbiato, si liberò con uno strattone.

«Come ragioni tu, accidenti!!!» gli urlò in faccia, sovrastandolo.

«Fìonn, andiamo» si intromise timidamente Fearfy. «Sai che io ho sempre paura di tutto, ma… guarda come sta…»

Calò un forte imbarazzo.

Bein non sapeva cosa dire.

«Sentite, non importa. Non voglio che litighiate per me o che finiate nei guai. Cercherò aiuto da qualche altra parte» disse, alzandosi un po’ barcollante per la stanchezza.

«Aspetta! Forse una soluzione c’è…» azzardò Wacky. «C’è qualcosa che sai fare?»

Bein ci pensò un po’ su.

«Io? Beh… suonare!» rispose.

«Bene, facci sentire come suoni allora» gli disse Fìonn, porgendogli la sua chitarra.

«Cos’è?» chiese Bein, stupito e affascinato, prendendola in mano come una reliquia.

«Non sai cos’è una chitarra?!» lo investì Fìonn, strappandogliela dalle mani. «E allora che cosa sapresti suonare, visto che non esiste nessun altro strumento se non la chitarra?!? Ma ci prendi in giro?!»

«N-no, io…» provò a rispondere, agitato.

«Tu cosa?! Mi fai proprio ridere!»

«Magari se lo fai parlare con calma, lo capiamo!» lo difese Maith facendogli cenno di parlare. «Dai, dicci, cosa sai suonare tu?»

Lo sguardo di Bein si rischiarò un po’.

«Io so suonare la batteria!» rispose con grande orgoglio.

La sua rivelazione non ebbe la reazione sperata, perché per l’ennesima volta gli altri si guardarono perplessi.

«La batteria? E cosa sarebbe la batteria?! Non esiste, è una menzogna!» lo investì Fìonn.

«Non è vero! Io…»

Il ragazzino non lo fece finire.

«Tu sei un codardo, uno straccione e un bugiardo. Non c’è posto qui per te! Avviseremo le guardie. Quindi, o te ne vai da solo, o sarà peggio per te.»

«No, no, va bene, me ne vado ma… per favore… ho fame, sono stanco, non so dove andare… lasciatemi almeno riposare ancora un pochino.»

«Fai come ti pare, ma poi vedi di sparire!»

Fìonn, nel dire queste ultime parole, gli diede uno spintone così forte da farlo cadere a terra.

«Andiamo!» ordinò poi al suo gruppetto.

Gli altri lo seguirono.

Bein, incapace di capire quel rifiuto così netto, si soffermò a guardarli mentre si allontanavano.

Si accorse che Maith, senza farsi vedere dagli altri, faceva scivolare fuori dalla tasca un bel pezzo di pane imbottito, forse la sua merenda.

Il piccolo sentì subito l’acquolina in bocca!

Aspettò che sparissero alla vista, poi corse a prenderlo e lo divorò.

Era stravolto, ma adesso che aveva mangiato qualcosa di un po’ più sostanzioso della solita frutta, anche la stanchezza sembrava essere più sopportabile.

Decise quindi di obbedire alla richiesta dei quattro abitanti di Qiotàr e riprese il cammino.

Un po’ sconsolato, un po’ deluso, prese la strada opposta all’entrata di Qiotàr.

Pensare di dover riprendere il cammino senza una destinazione sicura era spaventoso. Nonostante questo, una piccola parte di lui sentiva che, prima o poi, avrebbe trovato la sua nuova “casa”.

I quattro amici, intanto, stavano rientrando al proprio villaggio. Nessuno di loro aveva voglia di ridere o scherzare, erano tutti molto taciturni e pensierosi.

«Secondo me abbiamo fatto male a trattarlo così, quel bambino...» commentò a un certo punto Fearfy, rompendo il silenzio.

«…e poi, davvero, c’era bisogno di dargli uno spintone?» continuò Maith, seccato.

«Sì, c’era», gli rispose secco Fìonn. «Non abbiamo niente da imparare da lui e neanche da condividere. E comunque non avremmo potuto aiutarlo: è contro le regole. Vi ricordate le legnate che mi sono preso da mio padre per quel cagnolino di Veidhlìn che avevo trovato? Mi ha picchiato finché non l’ho riportato indietro! Non voglio che succeda di nuovo!»

«Va bene, ma…» provò a dire Wacky.

«Non c’è nessun ma! Se la caverà da solo, non è affar nostro. Muoviamoci. Tra pochi giorni abbiamo il concerto e non possiamo permetterci di sbagliare.»

Gli altri abbassarono lo sguardo e non fecero più commenti.

Arrivati al villaggio, entrarono in sala prove, presero le chitarre e si misero a suonare. Quel giorno, però, le prove furono strane: gli strumenti sembravano avere un timbro diverso dal solito, più cupo.

Se ne accorsero tutti, persino Fìonn… ma nessuno ebbe il coraggio di dire nulla.