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Sigillum Maximum - Il Sigillo dei Sette Segreti • Capitolo 5 / 56

1. LA NUBE NERA

Eleanor Lian • 2,527 parole • 13 min di lettura
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1. LA NUBE NERA

 

La Regina Eloria non riusciva a smettere di camminare avanti e indietro per la Sala del Trono.

Era inquieta.

«Perché non è ancora rientrata?» chiese a Re Eadwig, suo marito.

L’uomo scoppiò in una sonora risata.

«Oh, beh, starà giocando! Stai tranquilla, cara. Vedrai che Aileen tornerà presto.»

Entrò correndo un omino davvero molto piccolo, agile e secco, con un buffo naso lungo e orecchie a punta che spuntavano prepotenti da un cappellino appuntito.

«Sire! Mia Regina!» esclamò Helbert, il Folletto Consigliere del Re.

Era molto agitato e sbracciava come impazzito indicando l’esterno.

Il Re si allarmò. Da quando si conoscevano, era la prima volta che si comportava così.

«Helbert, che succede?»

«U… una nube nera! Si sta avvicinando! Sta… sta arrivando! È sempre più vicina!»

Re Eadwig corse alla finestra e la vide: una nube smisurata di un nero cupo e compatto, si stava estendendo minacciosa su tutto il territorio.

Impallidì.

«Impossibile…» mormorò. «Non esistono nubi nere qui a Nuvolandia!»

«Non vi mentirei mai, Sire! Dobbiamo fare presto. Il Regno è in pericolo!»

«Aileen! Dov’è?» chiese la Regina, scossa.

«Non lo so, mia Regina, non l’ho vista!»

«Presto, Eadwig, dobbiamo trovarla!»

 

La Principessa Aileen, tredici anni, dal carattere allegro e avventuroso, aveva grandi occhi color ambra tendenti al verde e una lunga cascata di morbidi capelli castani.

Tra essi si intravedeva una ciocca biondo oro che, scendendo su un lato del viso, luccicava a ogni suo più piccolo movimento.

L’incarnato, delicato e roseo, splendeva di un leggero bagliore dorato che la accomunava a tutti gli abitanti del Regno di Nuvolandia.

Del tutto ignara di ciò che stava accadendo a palazzo, si trovava nel suo rifugio preferito: una casetta luminosa con una porticina a forma di cuore intagliata nella Pietra di Luna, piena di cuscini e colorate nuvole d’arredo.

Re Eadwig l’aveva fatta costruire con grande cura per lei, sopra l’albero preferito della moglie, un enorme salice piangente che tuffava le sue foglie in un torrente luccicante.

Dalla piccola abitazione, delimitata da una siepe di nuvole colorate e splendenti, Aileen amava guardare il Regno su cui, un giorno, avrebbe governato.

Era secondo solo al Regno della Grande Luce, il luogo in cui si diceva si ritirassero gli Immortali Sovrani del Grande Regno Universale quando giungeva il tempo di lasciare il trono ai propri successori.

Nuvolandia era fatta di soffici, morbide nuvole, di una vegetazione fitta e profumata e di casette iridescenti costruite in Pietra di Luna e raggi di Sole.

Gli abitanti del regno erano in contatto telepatico continuo con le nuvole.

Con il solo uso del pensiero, potevano parlarvi e dar loro le forme che più desideravano per giocare, studiare, svolgere le attività quotidiane, proteggere i propri sogni e persino i desideri più profondi.

Mentre faceva merenda, Aileen era intenta a fare uno dei giochi più amati dal suo popolo: modellare le nuvole con il pensiero.

Vicino a lei, una nuvola lilla a forma di ancella si prodigava a porgerle un’altra nuvola vassoio azzurra, carica di mandorle alle nuvole con cui accompagnare il suo decotto preferito a base di petali di rose bianche, rosa e anice stellato.

«Va bene così, grazie» disse assaporando il sapore della tisana e rivolgendosi all’ancella e al vassoio. «Dopo la merenda giocheremo al tiro con l’arco. Tu sarai l’arco, tu il bersaglio, io l’arciere!» decretò.

La presero subito in parola! L’ancella divenne l’arco e il vassoio il bersaglio. Aileen scoppiò a ridere.

«Non adesso, è troppo presto!»

Le nuvole ripresero la forma precedente e la ragazzina bevve un’altra generosa sorsata.

D’improvviso, l’interno della casetta si fece buio.

«Cosa…» si chiese, turbata.

Lasciò la tazza e si affacciò: una nube nera si avvicinava rapida verso i pennoni del castello. Aveva una velocità innaturale e le trasmetteva una sensazione di inquietudine.

La Principessa corse alla porta e la spalancò.

«Salice, fammi scendere!»

Due fronde dell’albero si mossero, formando un’altalena; la ragazzina ci salì e, in un attimo, fu a terra.

Senza indugiare oltre, si diresse a passo svelto verso la residenza reale.

 

«Andrà tutto bene, Eloria, vai a cercare Aileen. Helbert, tu vieni con me.»

Stavano per uscire dalla sala quando, davanti a loro, comparve un Cavaliere a cavallo.

Interamente ricoperto da una lucida armatura nera, la sola cosa che si poteva scorgere in lui erano gli occhi, tanto scuri e minacciosi da sembrare senza pupille. Persino il suo destriero era tutto nero.

Helbert gli si parò coraggiosamente innanzi.

«Chi siete? Che cosa volete?»

Il Cavaliere non rispose.

Lo sollevò per la divisa con la lancia e lo scagliò con violenza contro la parete.

Il folletto crollò al suolo, tramortito.

Una macchia di sangue si allargò sotto la sua testa, lenta e vermiglia.

«Helbert!» urlarono all’unisono i due Sovrani.

D’istinto si mossero verso di lui per tentare di soccorrerlo, ma il Cavaliere spronò il cavallo e si frappose tra loro e il Consigliere.

«Non un passo di più» disse glaciale.

Il Re lo fissò astioso, il dolore e la preoccupazione per il suo piccolo amico trasformati in una sorda rabbia.

«Che cosa vuoi?» sibilò.

«La Pergamena d’Oro, il Sigillum Maximum.»

«Non puoi averlo.»

Eloria rilevò che nessuno la guardava.

Con uno scatto repentino si lanciò fuori dalla stanza.

Il Cavaliere la notò.

Girò il cavallo e partì all’inseguimento della Regina.

«Pensi davvero di potermelo impedire?» tuonò.

Eadwig, adesso preso dal panico, li rincorse.

«Eloria! No!» urlò. «Guardie! Accorrete, presto. Guardie!»

Il clangore delle armature non si fece attendere.

Un manipolo di soldati lo raggiunse…

«Difendete il castello! Cacciate quel Cavaliere!»

…e partì all’inseguimento.

Il Cavaliere galoppava nervoso per i corridoi alla ricerca della regina.

Di lei non c’era traccia.

 

Con in testa il solo obiettivo di trovare la figlia e metterla in salvo, Eloria era corsa nella Camera Reale e aveva spostato un arazzo che copriva la parete.

Schiacciato con la mano un punto ben preciso, aveva aperto un passaggio segreto che solo lei e il marito conoscevano.

Si era assicurata di aver chiuso tutto e di non aver lasciato tracce. Poi era discesa rapidamente per una lunga scala di pietra e aveva imboccato un cunicolo sotterraneo che sbucava nel parco.

Correndo a perdifiato, aveva raggiunto l’uscita.

Non le restava che cercare Aileen.

Re Eadwig, intanto, stava avanzando per i corridoi con la testa e il cuore in subbuglio.

Attraversato dalla preoccupazione di non sapere dove fossero la moglie e la figlia, non riusciva a togliersi dalla testa il corpicino del povero Helbert accasciato sul pavimento della Sala del Trono.

Era stato il suo fido Consigliere e il suo più grande amico per tutta la vita; quell’atto meritava vendetta.

Inoltre, che il Sigillum finisse nelle mani del Cavaliere oscuro era inaccettabile.

Quel sottile foglio di filigrana d’oro era l’antico sigillo su cui si reggeva la sicurezza di tutti i sette regni del Grande Regno Universale.

Doveva fare l’impossibile per preservarlo!

Da lontano, Eadwig scorse il Cavaliere.

Gli mancò il respiro.

Dietro di lui, le guardie erano riverse a terra prive di vita, come a formare un lugubre mantello.

I suoi soldati, i suoi ragazzi.

Li conosceva a uno a uno.

Li aveva formati, addestrati, visti crescere…

Si sentì assalire da una furia cieca.

Prima di diventare Re aveva giurato che non avrebbe mai più ceduto all’istinto. Un Re non uccideva, un Re ponderava. Ma quella carneficina gridava vendetta.

Intravide il Cavaliere Nero.

Privo di controllo, si guardò attorno.

Sfoderò la spada dell’armatura da esposizione più vicina e, con abilità, si scagliò urlando contro di lui.

Il sovrano si sentì investire da un silenzio assordante e avvolgere da una foschia innaturale.

I sensi bloccati, perse la presa sulla spada.

Gli cadde di mano con un rumore sordo.

Il suo corpo venne sollevato per aria, le braccia e le gambe spalancate e bloccate da qualcosa di impalpabile.

Il Re lanciò un urlo di frustrazione.

Cercò di divincolarsi, ma era inutile.

Provò a urlare… nemmeno un suono gli uscì dalla bocca.

Il Cavaliere brandì la spada pronto a trafiggerlo.

Un avanzare trafelato di passi svelò l’arrivo di altre guardie, interrompendolo.

Attirati dalle urla dei compagni e dall’ampliarsi della nube nera che ormai aveva oscurato l’intera Nuvolandia, tutte le guardie erano entrate nel palazzo, pronte a lanciarsi contro il nemico.

Il Cavaliere non si scompose.

Allungò un braccio sopra la testa e ruotò il polso.

Un enorme globo nero energetico avvolse lui e il cavallo.

Protetto, fece un massacro.

Non una delle guardie rimase viva.

Solo il Re venne risparmiato.

Doveva vedere ogni attimo di quella strage, soffrire per ogni gemito, ogni occhio saltato, ogni gola recisa, ogni arto mozzato.

Re Eadwig era rabbioso. Incapace di muoversi, aveva gli occhi lucidi di disperazione.

Il Cavaliere gli si avvicinò, gli pose la punta della spada sulla giugulare.

Un rivolo di sangue scese sul collo del sovrano.

«La Pergamena, Re. Ho già perso fin troppo tempo.»

Il Cavaliere prese di peso l’inerte sovrano e lo lanciò sul cavallo alla stregua di un sacco.

«Indicami la via» disse e fece un gesto.

Re Eadwig, gli occhi spalancati dal terrore, si accorse che la sua mano destra si muoveva da sola, indicando la strada per la sala in cui era custodito il Sigillum Maximum.

 

La Regina si avvide della figlia che avanzava verso di lei.

La raggiunse di fretta.

«Meno male, eccoti qui, tesoro. Vieni con me, veloce!»

Eloria la afferrò per un braccio e la trascinò con sé.

«Mamma, che fai? Non correre, vengo! Cos’è successo?» le chiese Aileen senza capire.

La madre mollò la presa, ma non si fermò.

«Ti spiego dopo, seguimi!»

Aileen non aveva mai visto la madre in quello stato. Era pallida, con le gote arrossate per la fatica.

Davanti alla parete di roccia della parte settentrionale del castello si fermò, chiuse gli occhi e impose le mani.

«Rivelati, roccia antica, e proteggi il mio dono più prezioso!» disse con energia.

Il terreno tremò.

Aileen, incredula, vide la roccia aprirsi svelando un’ampia grotta.

«Mamma, cosa…»

Eloria non le permise di fare domande; la spinse dentro.

«Questa è la porta d’ingresso per il Regno degli Elfi. Se dovesse succedermi qualcosa, cerca Aeltiàfisar.»

La ragazzina si agitò.

«Cosa dovrebbe succederti, mamma? Chi è Ael…»

Eloria la interruppe, non c’era tempo da perdere.

«Il Cavaliere della Luce Dorata. Un elfo molto potente. Lui ti aiuterà, vedrai.»

«A fare cosa?» chiese ancora la figlia, sentendo l’urgenza della madre crescere in lei.

«Tesoro, non posso spiegarti adesso. Rimani qui. Stai ben nascosta! E non uscire per nessun motivo!»

Eloria le diede un frettoloso bacio sulla fronte alla figlia e uscì.

Non appena mise piede fuori dalla grotta, il suo corpo si bloccò, immobile.

Un rumore strano, simile a un crepitio, riecheggiò nell’aria.

Nel cielo, la nube sembrava incombere addosso alla terra come a volerla divorare.

«Mamma!» urlò Aileen spaventata.

Stava per raggiungerla, quando le parole della madre le tornarono in mente e si fermò.

Davanti ai suoi occhi il corpo della Regina si tramutò in una statua di ossidiana. Lucida e nera.

Cadde il silenzio.

Nessun cinguettio, né alcun mormorio del torrente che sgorgava lì accanto.

Una spessa lastra di pietra, identica a quella che ricopriva Eloria, rivestì ogni cosa a Nuvolandia: alberi, fiori, frutti, prato, persone, animali, case e castello.

La Pietra di Luna splendente di cui era fatto il Regno era scomparsa; le nuvole si erano dissolte.

Aileen non riuscì più a rispettare la raccomandazione della madre e le andò incontro.

«Mamma, mamma! Ti prego, mamma, rispondi!» Era disperata.

Eloria non rispose.

Aileen le sfiorò delicatamente i capelli.

Quando realizzò che anche al tatto sua madre era di pietra, quando si guardò intorno e capì che tutto era di pietra, si sentì assalire da una paura intensa.

Il primo pensiero andò al padre.

«Papà… papààà!» urlò.

Terrorizzata, si precipitò verso il castello.

Il suo sguardo si posava su ogni cosa che incontrava. Non c’era più nulla che non fosse diventato una statua.

Il panico la invadeva a ogni passo.

Infine, attraversò l’ampio portone d’ingresso.

«Papà!» urlò di nuovo.

La sua voce rimbombò come se si trovasse in una caverna.

La sensazione fu così strana e disturbante che le serrò la gola.

Smise di correre e avanzò lungo i corridoi, piano, timorosa di veder spuntare un nemico dietro a ogni angolo.

Intorno a lei, un informe cimitero di statue.

Non riusciva a crederci: gli allievi cavalieri del campo d’addestramento erano tutti lì, sdraiati a terra nelle pose più inconsuete, con squarci terribili ovunque, accomunati da un’espressione di puro terrore sul volto.

Vicino a loro, spade, lance e scudi di pietra abbandonati.

Sul pavimento erano sparse macchie di sangue pietrificato.

Aileen, la verità crudelmente palesata davanti a lei, era stordita: chiunque fosse stato responsabile della pietrificazione, sembrava essersi divertito a uccidere, spaventare, distruggere.

Di fronte alla Sala del Trono, entrò.

«Papà?»

Suo padre non c’era, ma in fondo alla stanza vide…

«Helbert! Cosa ti hanno fatto? Rispondi, Helbert!» urlò disperata, cullando tra le mani il folletto.

Helbert era l’unico a non essere diventato di pietra, l’unico che forse poteva sapere.

Provò a toccare il fragile corpo nella speranza che rinvenisse.

La piccola creatura non diede segni di vita.

Aileen capì presto che non c’era più niente da fare e desistette.

Mentre una lacrima le rotolava sul volto, con delicatezza chiuse gli occhi del suo amico.

Qualcosa in lei cambiò. Spinta dalla dolorosa consapevolezza che si faceva strada dentro di lei, venne assalita da una calma che non le apparteneva.

Uscì, e riprese a percorrere i corridoi, a scansare i soldati pietrificati.

Finse che fossero davvero statue e procedette, alla ricerca del padre.

Lo trovò all’esterno della Sala del Tesoro.

Inginocchiato per terra, le mani legate dietro la schiena, il volto stravolto da una smorfia di dolore. Anch’egli era diventato una statua.

Aileen si soffermò a guardarlo per un attimo.

Cercò di liberarlo, ma comprese ben presto che era impossibile slegare un blocco di pietra.

Desistette.

Solo allora notò che la porta della sala era spalancata, ed entrò.

La teca che aveva contenuto la Pergamena d’Oro era stata distrutta.

Del Sigillum Maximum non restavano che polvere sottile e frammenti di lamine nere sparsi a terra.

Si piegò e ne raccolse uno.

Un senso di spaesamento profondo la colse.

Sentì le gambe cedere e si sedette a terra.

Circondata dal silenzio più assoluto, sentiva soltanto il battito accelerato del cuore.

Le vennero in mente le parole della madre.

«Questa è la porta d’ingresso per il Regno degli Elfi… Il Cavaliere magico della Luce Dorata… un elfo molto potente… Cercalo… Ti aiuterà…»

Aileen non aveva mai incontrato un elfo, non sapeva come fossero fatti.

Se sua madre le aveva suggerito di cercarlo, tuttavia, lo avrebbe trovato. A ogni costo. Forse lui l’avrebbe aiutata a riparare tutto quello sfacelo, a riportare in vita la sua gente e la sua famiglia.

Con rinnovata determinazione, si alzò e uscì dal castello.

 

Arrivata all’imboccatura della grotta, si fermò a guardare la madre.

«Ti riporterò da me, Mamma.»

Fece un profondo respiro, poi entrò.

Come se la grotta avesse atteso la sua decisione, la pietra d’ingresso che Eloria aveva fatto apparire scomparve.

Aileen si trovò immersa nell’oscurità.

Non poteva più tornare indietro.

Qualcosa era cambiato per sempre; la sua strada era segnata.